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sabato 10 maggio 2014

Attenti al lupus. Ammalarsi di cristianesimo secondo Maurice Bellet


Il pensiero di Maurice Bellet – filosofo, teologo e psicanalista francese che, nonostante abbia già pubblicato in Italia una ventina di libri, è qui ancora semisconosciuto – invita la cultura occidentale a fare i conti con il cristianesimo, della cui mentalità è da sempre intrisa, in particolare con quella tragica deformazione che nel suo irrinunciabile Le Dieu pervers (purtroppo al momento disponibile solo in francese)[1] Bellet ha stigmatizzato con il nome di “Dio perverso”.
Nei suoi tanti scritti[2], Bellet – prete cattolico dal 1949 – ha caratterizzato il cristianesimo come “malattia”. Ma è veramente possibile catalogare il cristianesimo in questo modo? In che senso, o quale suo aspetto? Cosa ne dicono i cristiani? E, soprattutto: esiste una terapia? [...]

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martedì 22 aprile 2014

P. Calabrò, La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet, ed. Il Prato, Padova 2014

È in libreria La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet, di Paolo calabrò, il primo libro dedicato al pensiero di Maurice Bellet, filosofo, teologo e psicanalista francese che - nonostante abbia già pubblicato in italiano una ventina di volumi - è qui ancora semisconosciuto.

Il libro nasce presso l'editore Il Prato di Padova nella collana "I cento talleri" diretta da Diego Fusaro.

Visita il sito dell'editore Il Prato di Padova

martedì 17 dicembre 2013

Il sabato per l'uomo. Filosofia morale in Maurice Bellet e Raimon Panikkar

Introduzione
Esiste un tipo di cristiano che ha paura del suo Dio: l’amore non ha timore, dice Giovanni, ma lui sì, timore di peccare e di “meritare i castighi di Dio” (come è detto ancora oggi nell’atto di dolore che si recita alla fine della confessione). È così ossessionato dalla paura di “peccare nella carne”, che non riesce a smettere di pensare al sesso. La sua vita è un’unica grande frattura tra ciò che desidera (e già il solo desiderare, anche senza attuare, è peccaminoso, come afferma Mt 5,28) e ciò che Dio, attraverso la morale, gli permette (ovvero, come diceva quel vecchio predicatore, citato da Bellet: «In materia di purezza sono tre le cose permesse: prima, niente; seconda, niente; terza, niente»[1]). Tutto è separazione in lui: il buono e il cattivo, la verità e l’errore, la libertà e l’autorità; egli vede il mondo come in un fumetto a china, dove non c’è altro che il bianco della pagina e il nero dell’inchiostro e dove i contorni sono netti, e assenti le sfumature.

sabato 14 dicembre 2013

Doppio gioco. Racconto di una perversione cristiana


Nelle pagine seguenti non si troverà alcun giudizio di valore né sul dogma né sul culto religioso. Ci si limita ad analizzare la condotta della Chiesa come “realtà sociologica di popolo concreto in un mondo concreto”, secondo la terminologia della stessa Conferenza Episcopale Argentina. Di contro, la sua “realtà di mistero teologico” è di esclusiva pertinenza dei credenti e merita il mio massimo rispetto. Neppure si discute sull’istituzione che si definisce santa, bensì sugli uomini che ne facevano parte nel periodo in esame e che si reputano essi stessi peccatori.
Si apre con questa avvertenza il ponderoso volume di Horacio Verbitsky dal titolo Doppio gioco. L’Argentina cattolica e militare (ed. Fandango, 2011). Verbitsky, uno dei migliori giornalisti argentini,

In guerra. Una figura del Dio perverso

Ho scritto recentemente in merito alla perversione cristiana e in particolare al “Dio perverso”, categoria del filosofo Maurice Bellet (cfr. “Doppio gioco”, «Il Margine», aprile 2012, pp. 36-41). L’occasione per riparlarne è data da un libricino dell’editore Fara del 1997, che solo ora mi è capitato fra le mani: Dio in guerra, di Giosuè Borsi, in cui - fra le lettere e i diari dell’autore - si ricostruisce l’esperienza della Prima Guerra Mondiale vista con gli occhi di un convinto e zelante cristiano in trincea.
La perversione cristiana nasce da uno stravolgimento del ruolo e del senso della legge: in particolare nasce dal misconoscimento fondamentale dell’esigenza della legge (che è certamente quello di ordinare, ma non nel senso di “impartire degli ordini”, bensì di creare un ordine all’interno del quale la vita umana sia possibile: la “legge di ogni legge”, cui ogni legge deve sottostare, è di essere per il bene dell'uomo - “il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”, dice il Vangelo). Irrigidire la legge facendone un’esigenza per se stessa, a priori, come se essa non fosse un mezzo per l’uomo ma un fine in sé, conduce al rovesciamento per il quale essa non è più serva dell’uomo, ma è l’uomo a divenirne il servo. Qui fa il suo ingresso la figura cristiana del “Dio perverso”, il quale

Il fuoco della divina tenerezza


Attraverso l’insegnamento di Maurice Bellet riscopriamo che la divina tenerezza purifica tutto ciò che dentro e fuori di noi svilisce e svuota ogni messaggio di vita e di speranza. Per questo dobbiamo difenderla con forza, lei che è amore e forza, contro ciò che le assomiglia tanto da trarre in inganno ma è esattamente il suo contrario.

...Non credete che la divina tenerezza sia sdolcinata e meschina, che indugi nelle compassioni ambigue, o fugga dal campo di battaglia. Essa è fuoco(1).

Il termine "tenerezza" evoca sensazioni piacevoli, forse rare, rimpiante oppure invano desiderate; comunque risuoni in noi, rimanda per lo più al mondo materno dell’accudimento infantile. Pochi forse immaginano che se ne possa parlare in modo, per così dire "virile" e persino farne una categoria teologica di grande spessore, capace addirittura di evocare il nucleo originario, il "fuoco", della rivelazione cristiana.

Il canto del corpo


Una fenomenologia della tenerezza si presenta e si rende possibile come una fenomenologia del corpo vissuto, del Leib precategoriale. Maurice Bellet non usa il linguaggio fenomenologico ma la sua analisi del corpo, assunto nell'esperienza lacerante della malattia, rivela un'attenzione verso quel terreno della carne e della sensibilità che è il luogo del nostro abitare e dell 'accordo o del disaccordo con il mondo circostante. La divina tenerezza è carnale, "sta nelle mani, nello sguardo, sulle labbra, l'orecchio attento, il viso, il corpo intero"(1), si offre nel ritmo cinestetico che è sempre concreto, definibile. Il corpo è una forma ma è al contempo forma mutante, soggetto modificante e oggetto modificato.

Il senso della gratuità in Maurice Bellet. Tracce per una antropologia


La gratuità è una sfida, una provocazione, una messa in scacco del mondo ordinato e pianificato, prefigurato nel suo modello. La gratuità in Maurice Bellet va letta soprattutto come cifra antropologica prima ancora che religiosa. Certo essa ha un fondamento spirituale nell’economia evangelica, nell’irrompere della figura del Cristo. Ma la gratuità non declina la fuga mundi, al contrario postula una piena intersoggettività. Ove tutto è mercificato e quantificato, la gratuità invoca un dislocamento, un ritrarsi, una rimozione della logica della imposizione economica e della sua necessità vincolante. Invoca il micro davanti al prepotere del macro, dell’eccessivo, dell’esorbitante. Non è vero che possiamo solo assecondare questa logica o mitigarne le aberrazioni. Non è vero che non possiamo salvarci. La gratuità richiede un transito radicale oltre il modello entro cui siamo intrappolati. Ma a questo transito andiamo a mani nude, attrezzati solo della nostra umanità.