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sabato 14 dicembre 2013

Tolleranza


C’è un equivoco sulla tolleranza. La si reputa un progresso decisivo della coscienza umana – precisamente perché essa riconosce il diritto della coscienza a determinarsi da se stessa.

Ciascuno è libero di pensare a suo modo.

Ciascuno è libero di vivere come vuole, nei limiti della legge (ah, vi è sempre un limite...) Non è il caso di tornarci su.

Ma.

Ma la tolleranza può significare di fatto il più perfetto disprezzo. Siate cristiani, musulmani, atei, buddhisti, stoici, o niente di niente, siete liberi, liberi – perché ci se ne infischia, perché ciò non ha nessuna importanza. Ma fate degli assegni a vuoto, non pagate le tasse, andate al lavoro quando ne avete voglia, rubate una bistecca per sfamare i vostri figli e, allora, sì che vedrete la tolleranza!

Perché voi avete toccato la cosa seria: il denaro. In altri termini, una società è tollerante verso ciò che, ai suoi occhi, non conta molto; essa è invece del tutto intollerante verso ciò che considera essenziale.

C’è da rifletterci.

Per l'utopia realista


L’utopia è morta, sembrerebbe.

Cosa buona, se ciò significa la fine di quella pretesa terrificante di sapere ciò che l’umanità futura deve essere, traendone motivi per schiacciare l’umanità presente.

Ma ciò può anche significare la fine della speranza. Voglio dire: la speranza che la situazione cambi veramente. Saremmo condannati ad accettare il mondo così com’è e così come va; con un piccolo, troppo piccolo margine di manovra per limitare i danni. Quanto all’idea che si potrebbe partire da altrove, da un altro modo di vedere le persone e le cose, essa finisce nei dimenticatoi della storia.

Ma partire da altrove, potrebbe significare partire da ciò che le persone e le cose realmente sono, piuttosto che rimanere legati ai fantasmi dell’economia mondializzata. E ciò non implica affatto necessariamente che da lì si scivoli verso il Terrore. Perché la realtà delle cose e delle persone vuole la libertà.

Ecco perché io sono un fermo sostenitore dell’utopia realista.

Questioni di bottega


Mi si troverà ingiusto. O ingenuo. O entrambe le cose. Tanto peggio. Confesso di essere esasperato da quanto molto spesso accade durante le conversazioni tra cristiani. Intendo cristiani che si pretendono aperti, colti, all’avanguardia, ben inseriti nel mondo, ecc.

Perché ciò che accade, è che si parli dell’i-sti-tu-zione. Il grande problema, in cui tutto sfocia come i fiumi nel mare, sono i problemi della Chiesa, dell’organizzazione della Chiesa, i rapporti tra i diversi tipi di persone che vi sono dentro, donne, uomini, laici, preti, vescovi, papa e le dichiarazioni, le destituzioni, le contestazioni.

Sì, va bene, d'accordo, è importante. Ma cosa è importante per l’uomo, per l’essere umano, per l’umanità, oggi e domani?

La vita, la morte, la malattia, la possibilità di sopportare la nostra condizione, la scienza e il suo sviluppo, la mondializzazione, il senso o l’assenza di senso, lo stato delle credenze, l’inconscio, la democrazia... Ecco ciò che importa, ciò che importa davvero.

È il livello di preoccupazione del Vangelo quando è Vangelo, e non l’affare della bottega cristiana.

Parlare di Dio


Non ci sono che due scuse per parlare di Dio: il piacere e la necessità. Tutti gli altri motivi sono cattivi, specialmente l’interesse e il dovere.

Cosa? Anche il dovere?

E perché parlare di scuse? Non è forse del tutto naturale che parliamo di Dio, se crediamo in lui?

Se urto qualche sensibilità, tanto peggio: io diffido di questi buoni sentimenti. Essi autorizzano troppo spesso a parlare di Dio con una facilità sospetta.

La sola parola che valga qui, è quella che può essere, per chi la intende, risveglio. E come può essa risvegliare se non viene dal profondo dell’uomo – ciò che egli non può non dire, che zampilla da lui per sovrabbondanza?

Viva il mercato


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