Non mi si può leggere se non ascoltandomi. Ciò che viene sulla punta della mia stilografica è il suono e il movimento della voce. Sto dalla parte del racconto e del canto, non della dissertazione e dell’esposizione.M. BELLET, La lunga veglia
Bellet è un pensatore cui è difficile assegnare un’etichetta (filosofo? teologo?), che è arduo ricondurre a una corrente o a una scuola. In lui convivono opposti inconciliabili (o che possono apparire tali): è prete e psicanalista, ha insegnato presso scuole cattoliche e ha teorizzato la “fine del cristianesimo”, sostiene l’esistenza di una verità assoluta e si definisce “discepolo senza maestro”. Il suo linguaggio è poetico e paradossale; ha scritto nella forma del saggio come in quella del romanzo. Impossibile rinchiuderlo, de-finirlo, afferrarlo. Eppure, a chi ha orecchi, egli si lascia ben intendere. Si può scoprire così che Bellet ha tanto, tanto da dire agli uomini di oggi, che sembrano avere tutto ma ai quali mancano proprio le due cose essenziali, senza le quali non si può vivere (umanamente): la parola e l’ascolto.










